THE FREAK: COME FAI A CAMBIAR PELLE

Colpire al cuore, farlo con la potenza della musica e una voce intensa, uscirne fuori con un urlo viscerale. Accelerare il ritmo, spingere forte, lasciar andare i freni inibitori. Bisogna comunicare, trovare una via espressiva che propaghi energia.

I Carnot, gruppo rock già affermato nella scena musicale romana, adempiono perfettamente questa missione. Lo fanno miscelando testi tutt’altro che scontati e semplicistici a musica grintosa, in grado di coinvolgere e rapire il pubblico di ascoltatori.

Laddove il post-punk traspare in riferimento ai CCCP, non manca l’originalità di testi, scritti dal cantante-compositore Matteo Chiocchi, che raccontano storie difficili, dure, dando voce e spessore a temi d’attualità.

‘Come fai a cambiar pelle’ è l’ultimo lavoro dei Carnot. Diverso dai precedenti album, risulta più maturo e ben costruito, raccogliendo all’interno undici tracce mai scontate.

Si sente viva la chitarra di Giulio Ceresani, scandita dal ritmo incalzante di Enrico Strina alla batteria, e dal basso di Alessandro Cinardi.

Matteo Chiocchi, con la sua voce graffiante e la sua personalità istrionica, canta storie autentiche, toccando tematiche attuali, con estrema sensibilità.

La seconda traccia del disco ad esempio, ‘A.S.C.’, sigla che sta per ‘A Stefano Cucchi’, è dedicata appunto alla triste vicenda di Stefano, ragazzo morto in seguito ad atroci violenze e sevizie subite in una delle carceri italiane, vicenda ancora da chiarire.

Altri brani non abbandonano lo stesso ritmo sostenuto, procedendo verso atmosfere hard-rock e sonorità tipiche dei gloriosi anni ’70.

Abbiamo chiesto direttamente a Matteo di raccontarci, con le sue parole, la loro esperienza musicale.

– Com’è nato il progetto ‘Carnot’ e come mai avete scelto di chiamarvi proprio così?

La data di partenza arbitraria è il 2005. Cinque persone, inconsapevoli l’una dell’altra, suonavano in progetti musicali differenti. L’amicizia e la conoscenza che legava alcuni di noi è stato il tramite grazie al quale ci siamo incontrati. Abbiamo scelto il nome ‘Carnot’ in onore del fisico francese omonimo: Nicolas Leonard Sadi Carnot. In quel periodo eravamo alla ricerca di un nome per la band, che agli inizi aveva ancora il ‘moniker’ provvisorio di ‘Prisma’, la cover band 70’s in cui militavo con Enrico Strina. Dopo esser passati per altri due nomignoli, uno dei quali era ‘EmEf’, alla fine scelsi il nome dell’unico fisico i cui teoremi, quando frequentavo il liceo, mi erano rimasti meno oscuri e indecifrabili. La formazione inizialmente era di cinque elementi, poi per differenza di vedute e sposando anche l’esigenza di un suono più ruvido e diretto, nel 210 siamo diventati un quartetto. Dopo tre demo ed una buona attività live di supporto, c’era l’esigenza di concentrarsi per scrivere del materiale che ci rappresentasse maggiormente.


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